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L’imponente solennità del Venerdì Santo di Vico del Gargano. Il racconto della passione di un intero popolo – FRANCESCO A.P. SAGGESE

SOLO una candela è rimasta accesa sul candelabro. È la quindicesima.
La sua luce tenue e lenta si porterà via tutto il vigore delle voci dei
confratelli, che avevano intonato l’Uffizio della Settimana Santa, e quello
del fracasso provocato dai battiti di mani sulle panche e dei piedi sul
pavimento – che qui chiamano sckòpp –, a ricordare l’assordante fragore
che scosse la terra alla morte di Gesù.
Si fa così più buio nelle chiese di Vico.

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Appena qualche rumore di passo fuori, nei labirintici vicoli che si
intrecciano uno con l’altro, fino a scomparire nel silenzio della notte.
La luce fioca di qualche lumino si riflette sul volto delle Madonne, come
quello delle mamme davanti a un camino con un pensiero in testa.
Ogni Madonna, ognuna nella sua chiesa, pallida sul volto, con gli occhi
spalancati e fissi, aspetta un giorno senz’alba.

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Ed è come se le donne di questo paese leggessero in quegli occhi la
necessità di starle vicino, di non abbandonarla, di accompagnarla per
questi vicoli alla ricerca di suo Figlio, sin dalla prima luce del mattino.
Così deve essere stato, così è.
Ed è ancora primo mattino quando alcune donne del paese, chiudendo
piano alle loro spalle la porta della propria casa, si recano alla Chiesa
Madre, risalendo il vicolo che lambisce la corte del castello Normanno-
Svevo.

Arrivano in silenzio, con lo sguardo fisso a terra e le mani aggrappate una
all’altra.
Forse erano arrivate così le loro mamme, le loro nonne, e ancora le
mamme delle loro nonne, in un susseguirsi di generazioni.
L’Addolorata le attende: ha le mani protese verso di loro, sembra
andargli incontro.

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Nell’aria si respira l’ansia di mettersi presto in cammino, alla ricerca.
Portata a spalla su un baldacchino di legno solo da alcuni uomini,
l’Addolorata muove i suoi passi avvolta in un pregiato tessuto proveniente
dalla Spagna e lavorato dalle mani di questa terra.

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Il suo mantello si allarga gonfiato dal vento mentre le donne intonano
«Ai tuoi piedi, o bella Madre». È possibile scrutarla tra gli antichi vicoli
del borgo, con il suo seguito di donne, quasi impaziente, fuggitiva, alla
ricerca disperata di suo Figlio, sembra chiedere a ognuno: «Dov’è mio
Figlio?», guidata come da un presagio oscuro, una vecchia profezia di
dolore.
È ancora presto a Vico del Gargano, sul Promontorio pugliese,
annoverato tra i borghi più belli d’Italia, adagiato su una collina tra la
faggete della Foresta Umbra e il mare dell’Adriatico, ma è già il Venerdì
Santo, il giorno più atteso dai vichesi.

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La piccola processione delle donne prosegue il suo cammino mattutino,
intanto gli uomini di ogni età, appartenenti alle cinque antiche
confraternite del paese, si preparano a indossare i loro camici di lino bianco, benedetti e senza macchia, adornati dalle mani delle mogli o delle
mamme con preziosi merletti d’altri tempi.
Si legheranno al petto in forma di croce il cingolo di appartenenza alla
propria confraternita e si cingeranno il capo con un fazzoletto bianco su
cui porranno una corona di spine di rovi.

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Ognuno si recherà nella chiesa dove ha sede la propria confraternita. E
sarà da qui che prenderanno il via – l’una dietro l’altra – altre cinque
processioni.
Andranno a fare visita ai ‘Sepolcri’ delle undici chiese sparse per il paese.
Ogni processione con il suo cammino lento segue un suo percorso.
Ognuna ha la sua ‘Madonna’, ognuna ha il suo Cristo, mentre un canto
tenebroso e mesto viene intonato dai confratelli.
È il canto del Miserere, uno dei protagonisti assoluti di questa giornata.

È il suo sofferto lamento che si ode forte per i vicoli a incastro del centro
storico e per le strade larghe del paese, che riempie le gole e intimorisce i
cuori, anche quelli del viaggiatore che è capitato lì per sentito dire.
Questa musica si amplifica, come fosse un terremoto, quando i cortei dei
confratelli s’incrociano indifferenti uno all’altro, perché c’è solo da urlare
più forte il «Miserere mei Deus», mentre dall’alto dei loro fercoli, le
‘Madonne’, come delle regine di altri tempi, s’impongono negli occhi di
ognuno, con gli abiti neri del lutto e con le spade a trafiggergli il cuore.

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La Confraternita dei Carmelitani Scalzi porterà con sé anche i misteri
della passione, e contrariamente alle altre avrà un camice marrone, un
cingolo bianco, una mozzetta chiara.
Per tutto il mattino del Venerdì Santo, fino al tardo rientro delle
confraternite dall’ultima chiesa di Santa Maria degli Angeli del Convento
dei Cappuccini, Vico è come posseduta dalle note di dolore del Miserere.
Non si sfugge dall’ascolto del suo lamento, nemmeno dal punto più
lontano del paese.
Ogni passante ne rimane inevitabilmente coinvolto.

Un canto di dolore che alle tre di pomeriggio, nella chiesa del Purgatorio,
si farà Parola nelle Tre ore di Agonia, con l’atteso commento del
predicatore alle sette parole di Gesù sulla Croce.
Un momento proceduto dalla messa dei ‘presantificati’, quella con le
ostie consacrate il giorno prima e che i vichesi dicono ‘pazza’, perché è un
giorno in cui non c’è più ordine nemmeno nel rito liturgico ordinario.

Ma quel canto di pentimento dovrà trafiggere il cuore di ognuno, come
fanno le spade che le ‘Madonne di Vico’ portano conficcate nel loro petto.
Si farà ancora più cupo, più vigoroso nella processione della sera verso il
‘Calvario’, quando tutte le confraternite si riuniscono in un unico lungo
corteo, separate solo da una croce di legno con i flagelli, la tenaglia, la
lancia, la corona di spine, il martello, il lenzuolo.

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La confraternita di San Pietro apre il corteo seguita dalla Confraternita
dei Carmelitani Scalzi, dall’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento,
dalla Confraternita dell’Orazione e della Morte e dalla Confraternita dei
Cinturiati di Sant’Agostino e Santa Monica, dal Cristo deposto dalla Croce
nel sudario e dall’Addolorata, quella che – accompagnata dalle donne –
quasi solitaria al mattino si era confusa nelle strade del paese alla ricerca di
suo Figlio, e che adesso è lì, in alto, con il suo lungo fazzoletto ricamato tra
le mani, sopra tutto un popolo che la scruta.
Ecco, ci siamo, sta per cominciare un lungo epilogo tra i più imponenti e
impressionanti del Meridione d’Italia. Tutte le confraternite intonano –
ognuna per suo conto – un unico, mesto, grandioso, tonante, Miserere.

I confratelli lo fanno con una straordinaria forza emotiva: invocano la
pietà di Dio con le bocche spalancate al cielo.
Il viaggiatore viene quasi travolto da questo lungo fiume di camici, si
ritrova immerso in un ambiente sonoro unico nel suo genere.

Vivrà su stesso la potenza di questo canto disordinato e compatto: pelle
d’oca, nodi in gola, occhi lucidi.

Il chilometrico corteo prosegue dalla Chiesa Madre fino a giungere al
quartiere del Carmine, dove, tra le abitazioni, si apre uno spazio che non è
un luogo qualunque, ma quello che i vichesi chiamano ‘il Calvario’: qui
sono disposte cinque croci, come le cinque piaghe di Gesù Cristo.
È qui che tutto si ferma e si fa improvvisamente silenzio.
L’arciprete davanti a ogni croce recita le preghiere e un versetto antico,
«Io ti adoro o Santa Croce, duro legno del mio Signore; io ti adoro con la
voce, io ti adoro Santa Croce».
È qui, sull’ultima Croce, che una Madre ritrova suo Figlio: si avvera così
quel presagio funesto del mattino; ed è su questa Croce che si
aggrapperanno le mani di un popolo, con le loro domande e le loro
speranze, già consapevole della salvezza ricevuta con quell’ultimo sacrificio.

 

Ma il Venerdì Santo di Vico non finisce qui.
E per alcuni versi è come se ora cominciasse.
Sta per accadere qualcosa d’insolito, di unico, a tratti sconvolgente.
L’Arciprete ha appena finito la sua ultima preghiera.
Ed ecco subito i primi segni di una metamorfosi del dolore in gioia, in
esultanza.
Qualcuno del popolo comincia timidamente a cantare: «Evviva la Croce,
sorgente di gloria», si accodano uno alla volta gli altri presenti, cominciano
pure le confraternite.
Come un piccolo cerchio d’acqua generato da una pietra gettata in uno
stagno, via via questo canto si allarga, si mescola, si confonde, invade tutti.
Si canta tutti insieme, popolo e confraternite, a voce spiegata.
Si canta così forte al punto che gli occhi di ognuno si rivolgono al cielo.
Questa volta non c’è ordine nel canto o rigore musicale, non c’è sequenza
logica negli attacchi dei cori, non c’è un blocco sonoro facilmente percepibile, ma solo intreccio, confusione, ribaltamento, come in una
grande Babele di suoni, che si rincorrono, si accavallano, si superano.
Il viaggiatore, all’improvviso mutare della scena e del canto, rimarrà
confuso, sconvolto: dov’è finito quel canto di pentimento? Perché tutti
cantano a squarciagola un canto di esaltazione?

Le domande sono travolte da quell’onda, nata dal primo cantore, ma che
ora si è fatta più grande: anche il viaggiatore sarà inghiottito in uno dei
tanti cerchi che come dei vortici si stanno formando spontaneamente,
cerchi in cui ci si può stringere l’uno con l’altro e che qui a Vico chiamano
rutèdd. Ci si ritrova tutti in questo abbraccio, senza nessuna differenza,
tutti uniti nel gridare gioiosamente le strofe dell’esaltazione della Croce,
attraverso la quale si è compiuta la liberazione dalle sofferenze dell’uomo e
di cui i vichesi sono già consapevoli, trasformando così l’afflizione in una
gioia di festa, ancor prima che il Cristo risorga nella domenica di Pasqua.
Così, le domande del viaggiatore trovano risposta nelle parole gridate del
canto.
Ed è così che Madre e Figlio verranno accompagnati per l’ultima volta
nella processione del ritorno. Arrivati sotto una delle maestose torri di
Vico, ai piedi del castello, lentamente il corteo si sdoppia: una processione
accompagnerà l’Addolorata verso la chiesa Madre, continuando a cantare,
e l’altra il Cristo Morto verso la chiesa di san Giuseppe.

 

Ed è in questa chiesa che per l’ultima volta sarà eseguito il Miserere,
seguito dal Respice e dal suono fragoroso dello sckòpp, generato da tutti i
presenti in ogni forma, battendo i piedi, muovendo una panca, facendo
girare una raganella.
Tutto è finito, compiuto.
È sera tardi ormai, tutti i riti volgono al termine, ma il Venerdì Santo è
ancora nei suoni di questa giornata che continuo ad ascoltare nelle mie
orecchie. È ancora nella mia testa, dove passano i volti delle ‘Madonne’, gli
sguardi stremati dei ‘Cristi’, i visi dei confratelli avvolti nei loro fazzoletti
candidi.
E rimarrà a lungo nel cuore dei viaggiatori.
Vico non sarebbe Vico senza il suo Venerdì Santo, come il Venerdì Santo
non sarebbe tale per un vichese se non a Vico.
Un paese che è tutto nelle radici delle storie delle nonne, raccontate tra i
vicoli stretti che si dipanano nei rioni di Civita, Terra e Casale, mentre le
sue torri fanno vedetta nella vecchia cinta muraria.

Vico è l’odore della legna che arde nelle maestose architetture dei suoi
comignoli, è il suono lento di ogni campana delle sue chiese, è nelle mani
delle mamme che impastano la farina per la pasta della domenica.
Vico è nei dolci ‘sospiri’ bianchi e neri delle spose, nel profumo del suo
prodotto da forno tipico ‘la paposcia’; è nel rumore degli zoccoli
dell’ultimo asino che rientra dalla campagna con il dorso carico di sacchi di
noci e di carrube; è nel lieto mormorio delle acque limpide selle sue
sorgenti.
Vico è nel faro delle Tremiti di cui si scorge il suo bagliore e nelle acque
cristalline del mare di San Menaio e Calenella.
Vico è nel profumo dei fiori di arancio che con l’arrivo della primavera
inebria le valli di questo nido chiaro d’altura, come scrisse il poeta.

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Documentazione fotografica a cura di ©PASQUALE D’APOLITO

Articolo © FRANCESCO A.P. SAGGESE

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